Marsuret, dove il Prosecco racconta il paesaggio
Ogni grande vino nasce due volte. La prima nel vigneto, quando la vite affonda le radici nella terra; la seconda nella memoria di chi sa raccontarlo. Per questo una degustazione non è mai soltanto un esercizio dei sensi. Un viaggio dentro un paesaggio, una famiglia e una cultura. È questa la chiave di lettura della visita a Marsuret, dove ogni calice restituisce un frammento delle colline di Valdobbiadene.
A presentare i vini è Alessio, figlio di Ermes, con un linguaggio rigoroso ma accessibile, capace di accompagnare il degustatore oltre la semplice analisi sensoriale. Il vino cessa così di essere un prodotto e torna a essere ciò che è sempre stato il racconto liquido di una famiglia che celebra con il suo nome il piccolo grande Agostino.
Il viaggio inizia con il San Boldo Brut, vino che possiede la virtù più difficile: l’immediatezza. Il perlage è vivace, sottile, quasi impaziente di liberarsi nel calice. È un Prosecco “beverino” nel senso più nobile del termine, scorre con disinvoltura, invita immediatamente al secondo sorso senza rinunciare all’eleganza. Ha il carattere delle verdoline appena raccolte, una freschezza vegetale che ne suggerisce naturalmente l’abbinamento con erbe spontanee, fritture leggere o semplicemente con la convivialità di un aperitivo. È un incipit perfetto, capace di aprire la degustazione senza svelare ancora tutto.
Con Il Soller il registro cambia. Il frutto vira verso tonalità più mature: mela gialla, pesca, accenni quasi mielati. La dolcezza percepita non è mai eccessiva, ma costruisce un sorso più morbido, avvolgente, che sembra rallentare il tempo. È il vino della contemplazione, quello che non chiede fretta ma ascolto.
L’Amoler rappresenta forse il punto di equilibrio dell’intera gamma. Se il San Boldo gioca sulla freschezza e il Soller sull’ampiezza aromatica, qui le due anime trovano una sintesi armoniosa. È come osservare il dialogo fra due caratteri opposti che, anziché annullarsi, imparano a completarsi. Ne nasce un vino misurato, composto, elegante.
Con il Rive di Guia si entra, invece, nel linguaggio del territorio. La verticalità domina il sorso. La tensione acida accompagna ogni istante della degustazione, il finale è asciutto, rigoroso, quasi aristocratico. È un vino profondamente didattico. Insegna cosa significhi davvero la parola “mineralità” senza aver bisogno di proclamarla. È il Prosecco che probabilmente si sceglierebbe di spiegare, a chi lo assaggia per la prima volta, quanto possa essere raffinata questa denominazione quando il vigneto parla senza filtri.
Poi arriva il vino che più emoziona: Sui Lieviti. Qui il tempo rallenta davvero. La velatura naturale non sottrae eleganza, ma aggiunge profondità, memoria, autenticità. Nel bicchiere appare quasi diafano, non nel senso della trasparenza assoluta, bensì di quella luce filtrata che lascia intuire ciò che si cela oltre la superficie. Sovviene Dante nel Paradiso, quando descrive le anime che si manifestano attraverso la luce: «Quali per vetri trasparenti e tersi…» (Paradiso, III). Come quelle presenze che non si impongono ma si rivelano lentamente allo sguardo, così questo nettare non conquista con l’esuberanza, bensì con la discrezione. Occorre fermarsi, concedergli tempo. Solo allora emergono il pane appena sfornato, il lievito, la pietra bagnata, la profondità di un sorso che sembra custodire il racconto della fermentazione stessa. È il vino che parla meno e dice di più.
La degustazione si conclude con il Cartizze, spesso raccontato soltanto attraverso il lusso della sua denominazione. In realtà la sua forza risiede nell’equilibrio. L’ingresso è ricco, quasi opulento, con una grassezza che avvolge il palato senza mai appesantirlo. Poi accade qualcosa di sorprendente, quella materia importante è progressivamente alleggerita da una freschezza che ripulisce la bocca con eleganza, lasciando il desiderio del sorso successivo. Epilogo costruito sull’armonia, non sull’eccesso.
Ogni etichetta possiede una personalità distinta, eppure tutte condividono un’identità comune di misura, precisione e rispetto.
In un’epoca in cui molti vini cercano di stupire, quelli di Marsuret preferiscono convincere. E forse è proprio questa la forma più alta dell’eleganza… non alzare mai la voce, pur avendo moltissimo da raccontare.


