Kikelet. Quando il vino conserva l’impronta di chi lo crea

Kikelet è il simbolo del cambiamento, della rinascita. È anche il momento primaverile in cui la vite, rimasta silenziosa durante l’inverno, torna lentamente a manifestare la propria energia. Numerosi pensatori sostengono che la natura non conosce soste nel suo divenire; tutto si trasforma senza interruzione, seguendo un equilibrio che non ha bisogno di essere forzato. È una riflessione che accompagna naturalmente la visita a Kikelet, una delle realtà più raffinate del Tokaj.
La cantina nasce a Tarcal, uno dei villaggi storici della denominazione, nel cuore di una regione che dal 2002 è riconosciuta Patrimonio Mondiale UNESCO. Qui Stéphanie Berecz, originaria della Valle della Loira, arriva nel 1994 per approfondire la conoscenza di un territorio che, già allora, stava vivendo una profonda rinascita dopo la fine del regime socialista. Quella che doveva essere un’esperienza professionale di pochi mesi diventa una scelta di vita.
Dopo anni trascorsi a conoscere i vigneti della zona, Stéphanie fonda Kikelet assieme alla famiglia, scegliendo una strada tutt’altro che semplice costruisce una cantina in una terra straniera, conquistando credibilità vendemmia dopo vendemmia. È il percorso di una self-made woman, non nel significato superficiale che spesso si attribuisce all’espressione, ma nel senso più autentico del termine.
Kikelet coltiva pochi ettari distribuiti nei dűlő più vocati di Tarcal. Ogni parcella viene vinificata separatamente perché, secondo la filosofia della cantina, il compito dell’enologo non consiste nell’uniformare i vini, ma nel consentire a ciascun vigneto di conservare la propria identità. È un approccio che richiede pazienza e rinuncia a qualsiasi scorciatoia produttiva.

Stéphanie Berecz è una donna riservata, quasi intenzionata a lasciare che siano i vini a parlare al posto suo. Quando, però, parla di vigneti, esposizioni, annate e vitigni si illumina. Il vino diventa il linguaggio attraverso il quale la sua personalità emerge con naturalezza.
Accanto a lei, Victoria svolge un ruolo tutt’altro che marginale. Il suo inglese è impeccabile, ha la capacità di trasformare un lessico complesso in un racconto visivo.
I vini di Kikelet rifuggono qualsiasi ricerca della potenza fine a se stessa. Sono vini esili, verticali, rigorosi. Dietro questa apparente leggerezza custodiscono energia, profondità e una sorprendente capacità evolutiva. È difficile non riconoscere, in questa cifra stilistica, il riflesso della personalità della loro autrice. Apparentemente semplici ma profondamente complessi.

Tarcal Furmint 2024, una sorta di manifesto della filosofia aziendale. Paglierino luminoso, il bouquet richiama la frutta gialla ancora acerba, melone, una sottile impronta minerale che accompagna il vino senza mai sovrastarlo. L’acidità è vibrante, ma perfettamente integrata. Il sorso procede con linearità e si allunga in una persistenza che sorprende proprio per la sua misura. È un vino che preferisce suggerire piuttosto che impressionare.
Con il Farkas Furmint 2021 cambia il registro. Se il Tarcal raccontava soprattutto il frutto, qui emerge il vigneto. La pietra focaia, la delicata nota fumé e la marcata componente minerale dimostrano quanto il concetto di dűlő rappresenti il vero patrimonio del Tokaj. Lo stesso vitigno assume un volto completamente diverso, quasi a ricordare che la grandezza di un territorio risiede nella capacità di esprimere le proprie differenze.
L’Hárslevelű Kassai-dűlő 2013 rappresenta probabilmente il punto d’incontro tra i due Furmint. Il profilo olfattivo conserva l’apertura aromatica e la generosità del Tarcal; il sorso ritrova invece la verticalità e la tensione minerale del Farkas. È un vino che dimostra quanto l’Hárslevelű possa dialogare con il Furmint senza mai rinunciare alla propria identità.
Questo dialogo raggiunge un equilibrio ancora più evidente nel Váti-dűlő Dry, degustato nelle annate 2023 e 2018, entrambe ottenute da un assemblaggio di 80% Furmint e 20% Hárslevelű. Il Furmint costruisce la struttura del vino, ne sostiene l’acidità e la progressione; l’Hárslevelű interviene con discrezione, ampliando il ventaglio aromatico e addolcendo gli spigoli senza mai appesantire il sorso. Il confronto tra le due annate è particolarmente istruttivo. Il tempo non attenua la mineralità, ma la rende ancora più precisa, quasi cesellata.
Tra i vini che sorprendono maggiormente compare il Pezsgő Extra Brut 2022. Il colore è dorato chiaro, attraversato da un perlage fitto e continuo. Il naso si apre su lime, cedro e agrumi, ai quali seguono leggere note di miele e una delicata sfumatura che ricorda la crema al limone. Al palato è dinamico, asciutto, estremamente pulito. È il classico spumante che nasce come aperitivo ma possiede la personalità necessaria per accompagnare un intero pranzo. Viene spontaneo immaginarlo durante una giornata estiva, servito all’aperto, dove la sua freschezza diventa parte integrante del paesaggio.
Tokaji Késői Szüretelésű Late Harvest 2023, ottenuto da Furmint, Hárslevelű, Zéta e una piccola percentuale di Sárgamuskotály, esprime immediatamente il carattere della vendemmia tardiva. Il colore è oro luminoso; il bouquet richiama la pesca matura, la polpa di albicocca e la frutta gialla, accompagnate da una freschezza che impedisce al vino di adagiarsi sulla sola componente zuccherina. Il sorso conserva una tensione sorprendente, dimostrando ancora una volta come, a Tokaj, l’acidità rappresenti il vero filo conduttore della degustazione.
Più che accostarlo alla pasticceria, viene spontaneo immaginarlo accanto a una cucina dove la dolcezza dialoghi con le spezie. Un petto d’anatra laccato al miele e cinque spezie, oppure un tajine di pollo con albicocche disidratate e zafferano, consentirebbero al vino di esprimere pienamente la propria complessità senza trasformarlo nel semplice accompagnamento di un dessert.
La degustazione prosegue con uno dei vini più identitari del Tokaj: lo Szamorodni. Il termine, derivato dal polacco samorodny, significa letteralmente così come è nato e descrive un’antica tecnica produttiva nella quale i grappoli vengono raccolti senza separare gli acini colpiti dalla Botrytis cinerea da quelli perfettamente sani. È un vino che conserva, forse più di ogni altro, la memoria storica di questo territorio.
Il confronto tra le due annate degustate si rivela particolarmente istruttivo.
Lo Szamorodni 2021 sceglie la via della misura. L’equilibrio prevale sull’opulenza, la dolcezza rimane sempre contenuta da una freschezza che accompagna il sorso fino al finale. È un vino elegante, quasi austero, nel quale nessun elemento cerca di prevalere sugli altri.
La stessa etichetta nell’annata 2019 racconta invece una storia diversa. Il tempo ha ampliato il profilo aromatico, facendo emergere note di uva passa, frutta disidratata e leggere sfumature di banana matura. Il sorso appare più ampio, più avvolgente, quasi più mediterraneo nella sua generosità, pur conservando quella spina acida che impedisce qualsiasi sensazione di eccesso. Due annate dello stesso vino dimostrano così quanto il tempo non modifichi soltanto gli aromi, ma il carattere stesso di un’etichetta.
Il percorso si conclude con il Tokaji Aszú 6 Puttonyos 2019, il vino che ha reso celebre Tokaj nelle corti europee già a partire dal Seicento. Nettare dolce apprezzato nelle corti seicentesche.
Kikelet insegna che nel vino, come nella vita, la forza non coincide necessariamente con ciò che appare più evidente. Talvolta risiede nella capacità di rimanere fedeli a se stessi, lasciando che siano le opere, più delle parole, a raccontare chi siamo. Stephanie tenta di far parlare i vini e ci riesce ma in fondo è lei che traduce ciò che vogliono dire con un soffio di voce che si fa sentire anche a chilometri di distanza perché non è necessario urlare per essere ascoltati.

Kikelet is a symbol of change and renewal. It is also the Hungarian word for the moment in spring when the vine, silent throughout the winter, slowly begins to reveal its energy once again. Many philosophers have observed that nature never truly stands still: everything is in constant transformation, following a balance that requires no force or intervention. It is a reflection that naturally accompanies a visit to Kikelet, one of the most refined wineries in the Tokaj region.
The estate is located in Tarcal, one of the historic villages of the Tokaj appellation, at the heart of a region that has been recognised as a UNESCO World Heritage Site since 2002. It was here that Stéphanie Berecz, originally from France’s Loire Valley, arrived in 1994 to deepen her understanding of a wine region that, even then, was experiencing a remarkable rebirth after the collapse of the socialist regime. What was intended to be a professional stay of only a few months soon became a lifelong commitment.
After years spent exploring the vineyards of the region, Stéphanie founded Kikelet together with her family. It was a decision that demanded courage: building a winery in a foreign country, earning the trust of growers and consumers alike, one harvest at a time. Hers is the story of a self-made woman, not in the superficial sense so often attached to the expression, but in its deepest and most authentic meaning.
Today Kikelet cultivates only a handful of hectares spread across Tarcal’s finest dűlő vineyards. Each parcel is vinified separately because, according to the estate’s philosophy, the winemaker’s role is not to homogenise wines but to allow every vineyard to preserve its own identity. It is an approach that demands patience and rejects every productive shortcut.
Stéphanie Berecz is a remarkably discreet woman, almost determined to let her wines speak in her place. Yet the moment she begins discussing vineyards, exposures, vintages or grape varieties, her entire demeanour changes. Wine becomes the language through which her personality naturally emerges.
Alongside her, Victoria plays a far more significant role than that of a simple interpreter. Her English is flawless, and she possesses the rare ability to transform technical concepts into vivid, accessible stories, making even the most complex aspects of Tokaj’s viticulture immediately understandable.
Kikelet’s wines avoid any pursuit of power for its own sake. They are slender, vertical and precise. Beneath this apparent delicacy lies remarkable energy, depth and an extraordinary capacity to evolve over time. It is difficult not to recognise, within this stylistic signature, a reflection of the woman who creates them: apparently simple, profoundly complex.

The tasting begins with Tarcal Furmint 2024, a wine that serves as a true manifesto of the estate’s philosophy. Brilliant straw-yellow in colour, it opens with aromas of crisp yellow fruit, melon and a subtle mineral note that accompanies the wine without ever dominating it. The acidity is vibrant yet perfectly integrated, carrying the palate with effortless precision towards a finish whose elegance lies precisely in its restraint. It is a wine that prefers suggestion over exhibition.
With Farkas Furmint 2021, the narrative changes. While Tarcal expresses the fruit, Farkas reveals the vineyard itself. Flint, delicate smoky nuances and pronounced minerality demonstrate how the concept of dűlő represents the true heritage of Tokaj. The same grape variety assumes an entirely different personality, reminding us that the greatness of a wine region lies in its ability to express difference rather than uniformity.
The Hárslevelű Kassai-dűlő 2013 perhaps represents the meeting point between these two Furmints. Aromatically, it retains the generosity and openness of Tarcal, while on the palate it recovers the tension and mineral precision found in Farkas. It beautifully illustrates how Hárslevelű can engage in dialogue with Furmint without ever sacrificing its own distinctive identity.

That dialogue reaches an even finer equilibrium in Váti-dűlő Dry, tasted in both the 2023 and 2018 vintages, each produced from a blend of 80% Furmint and 20% Hárslevelű. Furmint provides the wine’s structural backbone, sustaining both acidity and length, while Hárslevelű broadens the aromatic spectrum, gently softening the edges without diminishing freshness. Comparing the two vintages proves particularly enlightening. Time does not diminish the wine’s minerality; rather, it refines it, making it even more precise and sculpted.
Among the most surprising wines is the Pezsgő Extra Brut 2022. Pale golden in colour with a fine, persistent mousse, it opens with aromas of lime, citron and fresh citrus, followed by delicate hints of honey and lemon cream. On the palate it is vibrant, bone dry and exceptionally clean. It is the sort of sparkling wine that may begin life as an aperitif but possesses more than enough personality to accompany an entire meal. One naturally imagines enjoying it outdoors on a warm summer day, where its freshness becomes part of the landscape itself.
The Tokaji Késői Szüretelésű Late Harvest 2023, produced from Furmint, Hárslevelű, Zéta and a small proportion of Sárgamuskotály, immediately reveals the character of late-harvest fruit. Brilliant golden in colour, it offers aromas of ripe peach, apricot flesh and yellow fruits, balanced by a freshness that prevents sweetness from ever becoming dominant. The palate retains remarkable tension, once again demonstrating that acidity remains the defining thread running through every great Tokaj wine.
Rather than pairing it with pastries or desserts, one instinctively imagines it alongside dishes in which sweetness converses with spice. Honey-glazed duck with Chinese five-spice, or a chicken tagine with dried apricots and saffron, would allow the wine to express its full complexity without reducing it to the role of a dessert wine.
The tasting continues with one of Tokaj’s most distinctive expressions: Szamorodni. Derived from the Polish word samorodny, meaning as it comes or just as it was born, the name refers to the traditional method of harvesting whole bunches without separating botrytised berries from healthy ones. More than any other wine of the region, it preserves the historical memory of Tokaj.
Comparing the two vintages proves particularly revealing.
Szamorodni 2021 embraces restraint. Balance prevails over opulence, while sweetness is constantly held in check by vibrant acidity that carries the wine gracefully through to the finish. It is elegant, almost austere, with no single element seeking dominance.
The 2019 vintage tells a different story. Time has broadened its aromatic profile, revealing notes of raisins, dried fruit and subtle hints of ripe banana. The palate becomes fuller, richer and almost Mediterranean in its generosity, while retaining the firm acidic backbone that prevents any sense of excess. Two vintages of the same wine thus demonstrate that time transforms not only aromas, but the very personality of a label.
The journey concludes with Tokaji Aszú 6 Puttonyos 2019, the wine that made Tokaj famous throughout the royal courts of Europe from the seventeenth century onwards. A nectar cherished by kings, princes and aristocrats, it remains the ultimate expression of the region’s centuries-old tradition.
Kikelet reminds us that, in wine as in life, strength does not necessarily belong to what appears most imposing. Sometimes it lies in remaining faithful to oneself, allowing actions rather than words to reveal who we truly are. Stéphanie strives to let her wines speak, and she succeeds. Yet, ultimately, it is she who gives voice to what they wish to express, through words spoken almost in a whisper—one that can still be heard from miles away. After all, one does not need to raise one’s voice in order to be truly heard.
