Bosco del Sasso, quando l’Oltrepò Pavese incontra l’Abruzzo delle “Eccellenze”
Esistono serate che lasciano il ricordo di una tavola ben apparecchiata. Altre, più rare, trasformano una cena in un itinerario culturale, dove il vino diventa linguaggio, il cibo memoria e il territorio identità. È questo lo spirito che ha animato l’incontro ospitato da Eccellenze, il raffinato locale di Franco Gasparro e della moglie Wilma, nel cuore di Castel di Sangro, città che negli ultimi anni ha conquistato notorietà internazionale grazie al ritiro estivo della SSC Napoli, senza tuttavia smarrire la propria anima autentica, fatta di pietra, montagne e sincera ospitalità.
L’iniziativa, promossa da Franco Flagella leader del pomodoro Ciro Flagella, ha avuto come protagonisti i vini di Bosco del Sasso, con la presenza del Vice Presidente del Senato Gian Marco Centinaio, intervenuto in rappresentanza dell’azienda. Accanto a lui hanno preso parte alla serata il giornalista de Le Iene Filippo Roma, che da anni firma importanti inchieste televisive; l’eurodeputato Aldo Patriciello, impegnato nella tutela delle imprese e delle produzioni italiane in sede europea; il Presidente della Regione Molise Francesco Roberti, il consigliere regionale Raimondo Fabrizio, l’onorevole Elisabetta Lancellotta e l’assessore regionale ai Lavori Pubblici Michele Marone, a testimonianza di quanto il patrimonio enogastronomico rappresenti, oggi, anche un prezioso strumento di promozione culturale ed economica.
Il vero protagonista della serata? Il territorio. L’Oltrepò Pavese è una terra discreta, poco incline all’ostentazione e forse proprio per questo ancora non sufficientemente conosciuta dal grande pubblico. Eppure custodisce una delle più antiche tradizioni vitivinicole italiane. Già gli autori latini ne ricordavano la vocazione alla coltivazione della vite, mentre oggi quelle colline rappresentano la più vasta superficie italiana dedicata al Pinot Nero, vitigno antichissimo, capace come pochi altri di tradurre nel calice le caratteristiche del suolo, del clima e dell’annata. È un’uva esigente, che non concede nulla all’improvvisazione, ma che ricompensa il lavoro del vignaiolo con vini di straordinaria finezza, eleganza e profondità.
Il viaggio sensoriale si è aperto con il Lunaria Metodo Classico, raffinata interpretazione del Pinot Nero. Il perlage, sottile e persistente, disegna nel calice una trama continua e delicata. Al naso emergono inizialmente note agrumate e di fiori bianchi, seguite da richiami di crosta di pane e frutta a polpa gialla che testimoniano il paziente lavoro sui lieviti. Il sorso è composto, lineare, di grande equilibrio. Nulla eccede, nulla rincorre effetti spettacolari. È un vino che conquista attraverso la misura, lasciando affiorare lentamente una vibrante mineralità che prolunga il finale.
Il percorso è proseguito con il Dahlia Metodo Classico Rosé Brut, nel quale il Pinot Nero cambia registro senza perdere la propria eleganza. Il colore richiama delicatamente i petali della rosa canina, mentre il bouquet si apre su piccoli frutti rossi, melagrana, agrumi e leggere sfumature di pompelmo rosa. In bocca rivela energia, precisione e una freschezza che accompagna il sorso con naturalezza. È un rosé che rifugge ogni concessione alla moda, preferendo raccontare il lato più autentico e raffinato del vitigno.
Con il Buttafuoco la degustazione entra nel cuore della tradizione dell’Oltrepò Pavese. Il nome potrebbe suggerire impeto e vigore, ma la sua vera grandezza risiede nell’armonia. Nasce dall’incontro di Croatina, Barbera e Uva Rara, vitigni che da secoli convivono sulle stesse colline dando vita a un vino dalla personalità inconfondibile. La Croatina costituisce l’ossatura della struttura e del colore, la Barbera imprime slancio e vivacità, mentre l’Uva Rara contribuisce con la propria finezza ad ammorbidire l’insieme, rendendo il sorso più elegante e sfaccettato. Il risultato è un rosso intenso, avvolgente, dalla trama tannica ben definita, capace di accompagnare il tempo senza perdere identità. Un sorso che non cerca di stupire con la forza, ma conquista attraverso la complessità e la coerenza.
A chiudere il percorso il 19/09 Extra Dry, il cui nome custodisce un significato speciale per la famiglia produttrice. È anche l’occasione per ricordare uno dei più curiosi paradossi della spumantistica, contrariamente a quanto molti immaginano, un Extra Dry possiede un residuo zuccherino superiore rispetto a un Brut. È proprio il dialogo tra questa lieve morbidezza e una vivace acidità a conferire al vino una piacevolezza immediata, rendendolo estremamente versatile e capace di accompagnare con disinvoltura l’intero percorso gastronomico.
E proprio la cucina ha saputo costruire un dialogo convincente con ogni calice.
Le tradizionali polpette cacio e ova hanno aperto un itinerario gastronomico nel quale memoria e creatività si sono continuamente intrecciate. Le pizze di Stefano De Cesare hanno confermato una notevole sensibilità tecnica e una ricerca costante dell’equilibrio. Fra le proposte più originali ha conquistato la focaccia impreziosita da crema pasticcera, caramello di pomodoro datterino fresco Ciro Flagella e lime. Composizione solo apparentemente audace, nella quale dolcezza, acidità e freschezza si rincorrevano con sorprendente armonia. Di grande piacevolezza anche gli abbinamenti con mozzarella, fichi e prosciutto crudo, così come la rassicurante pasta e fagioli, autentica celebrazione della cucina italiana più sincera.
Dietro ogni piatto affiorava il lavoro di Ciro Flagella, interprete di un’agricoltura che ha scelto la qualità come principio irrinunciabile. I suoi datterini non sono semplicemente un ingrediente, ma il risultato di una costante ricerca agronomica, della cura per ogni fase della coltivazione e del rispetto dei tempi della natura. È la dimostrazione che anche il prodotto più semplice può raggiungere l’eccellenza quando incontra competenza, dedizione e passione.
Anche Eccellenze merita una riflessione. Il locale di Franco e Wilma Gasparro non è soltanto uno spazio dedicato alla ristorazione, ma un luogo dove ogni elemento concorre a costruire un’esperienza. La carta dei vini rivela una selezione accurata, capace di spaziare tra territori e stili senza inseguire etichette di prestigio fine a sé stesse. Ogni bottiglia sembra scelta per ciò che racconta, prima ancora che per il nome che porta.
In un tempo in cui la parola territorio rischia spesso di trasformarsi in uno slogan, serate come questa ne restituiscono il significato più autentico. Un territorio non è soltanto un luogo geografico. È il risultato di una lunga stratificazione di storia, paesaggio, lavoro, tradizioni e relazioni umane. Tutto questo era racchiuso nei vini di Bosco del Sasso, nei pomodori di Ciro Flagella, nella cucina di Stefano De Cesare e nell’accoglienza di Franco e Wilma Gasparro.
Perché l’eccellenza non nasce mai per caso, ma dalla pazienza di chi coltiva, dall’intelligenza di chi interpreta la materia prima e dalla sensibilità di chi comprende che un vino, prima ancora di essere versato in un calice, è il racconto di una civiltà e simbolo di comunicazione fin dall’antichità.





