Manuel Bonfanti e il mistero della luce: il sacro nell’epoca dell’intelligenza artificiale

Ci sono mostre che si limitano a essere viste e altre che chiedono di essere attraversate. “Numen Docet”, la nuova personale di Manuel Bonfanti allestita presso la Fondazione del Nazareno di Roma e curata da Rossana Cosci, appartiene decisamente alla seconda categoria. Il titolo, che in latino significa “Il Divino insegna”, non introduce semplicemente un percorso espositivo, ma suggerisce una condizione dello sguardo, quella disponibilità ad accogliere ciò che non può essere spiegato razionalmente e che tuttavia continua a manifestarsi nell’esperienza umana.

L’inaugurazione, accompagnata dalla presentazione del critico d’arte Alfio Borghese e dalle esecuzioni del Palocco Ensemble, trasforma l’evento in un dialogo tra arti differenti, dove musica, pittura e spiritualità concorrono a costruire un’unica esperienza immersiva.

Il cuore della mostra si trova nella Sacra Cappella del Nazareno, luogo che custodisce le reliquie di San Giuseppe Calasanzio, fondatore dell’Ordine degli Scolopi. Qui Bonfanti colloca una monumentale “Sfera di luce”, un’opera di un metro di diametro realizzata su alluminio anodizzato, destinata a dialogare con l’architettura e con la memoria spirituale dello spazio.

La scelta cromatica non è casuale. Il blu della sfera incontra l’oro della cappella in un confronto simbolico che richiama la tradizione delle icone orientali. Da un lato il colore dell’infinito, del cielo e della contemplazione; dall’altro la luce eterna del divino. La forma stessa della sfera, priva di inizio e di fine, diventa metafora della ricerca spirituale che accompagna l’uomo da sempre, suggerendo un movimento incessante verso ciò che trascende la dimensione materiale.

L’intero percorso espositivo ruota attorno a questo tema. Le ventidue opere della serie “Sfere di luce” presentano variazioni continue sul rapporto tra colore, energia e percezione. Alcune sembrano nascere da un gesto essenziale, vicino alla pratica meditativa dello Shodo giapponese, in cui il segno calligrafico diventa esercizio interiore. Altre si sviluppano attraverso una pittura più stratificata, dove il colore assume una funzione evocativa e simbolica, costruendo spazi mentali che oscillano tra astrazione e visione.

L’impressione è quella di trovarsi all’interno di un ambiente mutevole, quasi cosmico, in cui la luce non illumina semplicemente le opere ma sembra generarle. Le superfici riflettono, assorbono e restituiscono lo sguardo, trasformando il visitatore in parte integrante dell’esperienza.

Lo storico dell’arte Alessandro Masi ha descritto queste opere come frammenti in movimento, schegge luminose che sfuggono alla staticità della pittura tradizionale. Nella loro dinamica si possono intravedere echi del Futurismo più maturo, della ricerca spaziale e persino delle tensioni concettuali che attraversano gran parte dell’arte italiana del secondo Novecento.

La riflessione di Bonfanti sul sacro affonda le radici in una ricerca iniziata molti anni fa. Fin dalle prime opere pop, l’artista ha cercato di individuare una dimensione spirituale nascosta nella quotidianità, convinto che il trascendente non si manifesti soltanto nei luoghi consacrati ma possa emergere nei gesti più ordinari della vita. Questa tensione trova espressione anche nelle opere della serie “Air Space”, presenti in mostra, dove il colore si stratifica attraverso velature, interventi successivi e processi sperimentali che includono persino lavaggi e alterazioni della superficie pittorica. Il risultato è un paesaggio mentale in continua trasformazione, dove la pittura diventa esperienza meditativa.

Tre riferimenti teorici accompagnano idealmente il percorso espositivo. Il primo è Rudolf Otto, autore de “Il Sacro”, che definì il numinoso come “mysterium tremendum et fascinans”. Una presenza che attrae e inquieta al tempo stesso, precedendo ogni possibilità di definizione razionale. Il secondo è James Hillman, per il quale l’immagine rappresenta l’origine stessa del pensiero e non una sua semplice decorazione. Il terzo è Carlo Belli, teorico dell’astrattismo italiano, che nel celebre “Kn” restituì alla forma artistica una dimensione assoluta e quasi sacrale.

Questi riferimenti assumono un significato particolare se collocati nel contesto contemporaneo. Viviamo in un’epoca in cui sempre più persone interrogano l’intelligenza artificiale per ottenere risposte a domande che un tempo appartenevano alla sfera della religione, della filosofia o della meditazione. Chi sono? Qual è il mio posto nel mondo? Quale direzione devo seguire?

L’intelligenza artificiale risponde con rapidità ed efficienza. Ma l’arte, suggerisce Bonfanti, opera in una dimensione diversa. Non fornisce soluzioni; custodisce interrogativi. Non riduce la complessità; la amplifica. Se l’algoritmo tende a produrre risposte, l’opera d’arte continua a generare domande.

È forse proprio questa la funzione più preziosa della pittura oggi: offrire uno spazio di sospensione in cui il mistero possa ancora esistere. Uno spazio in cui il silenzio non venga percepito come assenza ma come possibilità.

Parallelamente alla mostra romana, Bonfanti presenta a Venezia “Verde Miccia”, personale allestita negli spazi di Confcommercio nel Sestiere San Marco per tutta la durata della 61ª Biennale d’Arte 2026. Due progetti differenti ma uniti dalla stessa ricerca: comprendere come la luce, il colore e la forma possano ancora diventare strumenti di conoscenza spirituale.

Nato a Bergamo nel 1974, Manuel Bonfanti si è formato all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove ha studiato con Luciano Fabro e si è laureato con una tesi in storia dell’arte contemporanea seguita da Marco Meneguzzo. Negli anni ha collaborato con importanti realtà internazionali e ha lavorato a stretto contatto con artisti come Gabriel Orozco e Julian Opie. La sua ricerca si concentra sul rapporto tra spazio, luce e percezione, esplorando territori sospesi tra astrazione, spiritualità e paesaggio interiore. Ha esposto in istituzioni internazionali tra Europa, Medio Oriente e Asia, dall’Istituto Italiano di Cultura di Praga alla Art Pur Foundation di Riyadh, fino alla Biennale di Venezia. È inoltre ideatore e curatore di “The Tube One”, progetto artistico permanente presso l’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo.

In “Numen Docet” tutta questa esperienza confluisce in una riflessione che appare sorprendentemente attuale: in un mondo dominato dalla velocità e dall’elaborazione automatica delle informazioni, il vero insegnamento del divino potrebbe essere semplicemente questo. Fermarsi. Guardare. Accettare che alcune domande non abbiano una risposta immediata e che proprio in quella attesa possa manifestarsi una forma autentica di conoscenza.