Monchiero: un sorso piemontese

Tra i numerosi luoghi suggestivi del lungo Stivale emergono le Langhe (Cuneo) la cui area è ormai conosciuta in tutto il mondo. Suoli di diversa natura, microclima differenziato, rendono questa zona baciata dalla Fortuna. Ancora incerta l’etimologia della parola, disparate le tesi, tutt’oggi discusse. Certo è che con gli anni sono divenute uno dei luoghi più visitati dagli stranieri e non solo. Sembra, quasi, che non esista la bassa stagione, vista l’affluenza dei turisti. Quando il terribile metanolo, nell’ormai lontano 1986 uccide un numero di persone e lascia altre con handicap non da poco, i Piemontesi appaiono feriti nell’orgoglio e con sforzi, rimboccandosi le maniche, decidono di raccontare una nuova e fantastica storia di una regione apparsa, in quei momenti, sui giornali per un episodio di cronaca destabilizzante. Da quel momento in poi, i figli, i nipoti dei mezzadri scendono in campo e capiscono finalmente le potenzialità di un vero e proprio tesoretto che prende il nome di terra. Tra le aree più vocate emerge Castiglione Falletto e tra le aziende Monchiero. A esserne a capo sono Vittorio, figlio di Maggiorino, assieme alla moglie Daniela. I loro eredi? Luca, mago anche con le farine e Stefano, il più piccolo, che sembra essere nato sotto una vite, proprio per la destrezza manuale. Le vigne ubicate in luoghi diversi regalano calici intensi, che negli ultimi anni, hanno subito (come molti) un leggero aumento alcolico proprio per le calde stagioni. Non per questo però, si è persa la personalità dei vini che permangono degli ottimi prodotti. Tra tutti una Barbera d’Alba Superiore DOC 2017 dal colore rosso rubino, la frutta allieta l’olfatto su sbuffi speziati. Acidità e potenza preannunciano buone capacità di invecchiamento. Al di là dell’abbinabilità con carni e formaggi è un sorso che non delude, beverino, mai sgarbato. Piacevole. La gamma dei Barolo è ampia, ce n’ è per tutti i gusti. Disparate le sfumature di ciascuna bottiglia. Spicca il Barolo Rocche di Castiglione DOCG 2015. L’intensità del colore invita a roteare il calice i cui archetti si trasformano in uccelli dalle ali spiegate. Chiodi di garofano, una suadente curcuma su un letto di frutti rossi in bocca si trasformano in un sorso deciso, dall’epilogo lungo e appagante. Vino da sorseggiare anche mentre si attendono gli ospiti e si sta in cucina a preparare la cena, sperando che non finisca subito…