Racconti d’Osteria o Botte d’Osteria secondo Arcangelo Dandini

L’Arcangelo è un tipo di angelo il cui nome deriva dal greco αρχάγγελος ἄρχων (capo degli angeli). Nella Divina commedia Dante li colloca nel Cielo di Mercurio che ospita gli spiriti operanti per la gloria terrena, tra tutti emerge l’imperatore Giustiniano, rammentato per aver fatto redigere Corpus iuris civilis. Nell’antichità si diceva che nel nome di ciascuno fosse celato il proprio destino. Il più celebre Arcangelo della Capitale? Dandini, cuoco noto per la spiccata personalità, la favella sciolta, la chiarezza nei rapporti umani, il desiderio di costruire qualcosa che resti, perché anche lui, a modo suo, desidera rimanere immortale, chissà, forse inconsapevolmente. Mentre i suoi colleghi ambiscono a essere chiamati chef, Dandini va oltre: si definisce un oste. Oggi è fondatore e patron dei locali L’Arcangelo, Chorus e Supplizio (termini che vagheggiano ancora il poema dantesco attraverso il coro degli angeli e i supplizi che le anime dei dannati sono costrette a subire per l’eternità) e Garum a Londra, nome di una salsa della quale erano golosi gli antichi Romani a base di pesce, erbe e sale, il cui prezzo era elevato quanto uno dei profumi più pregiati, tra i più noti quelli prodotti in Spagna e in Africa settentrionale.

Arcangelo va oltre. Non si racconta solo attraverso pietanze saporite e variegate ma con una facilità di scrittura che arriva dritta al cuore, proprio come le sue tavolozze edibili. La penna è immediata così annota e talvolta commuove. Ultimo suo libello? Racconti d’Osteria che forse andrebbe reintitolato Botte d’Osteria viste alcune “scazzottate” narrate. Il roccapriorese descrive la sua cittadina d’origine con delicatezza e attraverso gli occhi del fanciullino pascoliano che sembrano non averlo mai lasciato. Dipinge volti, eventi e soprattutto sentimenti, quelli che oggi non esistono più. Possiede un forte senso della gratitudine e in lui permane il concetto di ospitalità e di rispetto per i dipendenti, ereditato dall’omonimo nonno e dalla meravigliosa moglie Velia, bravissima nella preparazione della pasta all’uovo e soprattutto nei ripieni di selvaggina, certo perché i Dandini andavano a caccia con i fedeli cani, così riconoscenti da ritrovare la strada di casa quasi in fin di vita dalle colline abruzzesi. Arcangelo rammenta il suo primo amore Ambrosia, il desiderio della scoperta, conosce l’imprevedibilità della sorte già da piccolo, quando nell’osteria di famiglia si nasconde un trentenne inseguito dalle Forze dell’Ordine… Chissà perché. Ha l’intelligenza di non giudicare, perché tutto può capitare a tutti… Anything can happen direbbero gli americani. La sua scrittura è un misto tra memoria volontaria e involontaria di Marcel Proust ne Alla ricerca del tempo perduto, quando inzuppando una madeleine rammenta le estati trascorse a casa della zia Léonie che qui ha il nome di Rossella e le favole di Fedro nelle quali è presente una postilla che offre al lettore l’insegnamento nell’aneddoto appena narrato. Se si va ancora nel profondo L’Infinito di Leopardi lo si scorge dal suo giardino. Intanto rivive l’altruismo di Eleonora, il matrimonio burrascoso tra Maria e Alfredo, il coraggio di Giacomo al quale Arcangelo deve la vita.

Un tuffo nel passato, nei valori umani, nelle famiglie numerose e laboriose… Una pellicola cinematografica che andrebbe certamente prodotta.