Il maestro della luce e del vino: Antonio Caggiano

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Era nel giugno del 2015 che il Taurasi Vigna Macchia dei Goti 2010 fu insignito come il miglior vino d’Italia rosso da Bibenda in occasione dell’Oscar del vino. Molti gli appassionati del nettare di Bacco inchiodati, in seconda serata, dinnanzi la tv per sapere chi fossero i vincitori delle diverse categorie. Uno spumeggiante Antonio Caggiano tra due pilastri del vino come Speri e Sandrone impugnò il premio chiedendo agli altri nominati, sebbene non vincitori, di rimanere con lui sul palco e scattare insieme una foto perché tutti vittoriosi. Esempio di umiltà da parte di un uomo di aspetto apparentemente minuto, dalla barba bianca e la favella sciolta. Immediate le battute sul concetto di amore verso la terra natia e del gentil sesso. Da vinaiolo, Antonio, si trasforma in uomo gentile, dall’animo nobile e sensibile. Vero showman di tutta la manifestazione. Trascorsi appena due anni dalla popolare vittoria, ancora oggi per la sua performance e soprattutto il suo vino la cantina di Antonio Caggiano resta una delle mete più visitate dai turisti italiani e non. Situata in località Contrada Sala al centro di Taurasi esprime un perfetto connubio tra sacro a profano. Certamente tra le case del vino più belle e ricche di tutto il Paese. Museo di arte contadina, designer ecologista, arricchito da foto e ancora foto scattate dallo stesso Antonio che da geometra si trasforma in architetto, artista su uno sfondo di arredi realizzati con il legno delle botti. Una cappella con un essenziale crocifisso, un parlante presepe, tappi e apribottiglie da ogni dove regnano sovrani. Sembra di trovarsi in un’altra dimensione. Le bottiglie non sono esclusivamente frutto di duro lavoro ma ricordi e sensazioni. Sono quattro i continenti visitati dal “professore del vino” e tutti imprigionati nel vetro: dal Bèchar al Devon. Frutti esotici, speziature, noci tostate, balsamicità, ciliegie sotto spirito sono solo alcuni sentori delle differenti e prelibate bevande degli dei. Olfatto coerente al palato, mai banali, offrono emozioni agli avventori. Ad aiutare il “maestro della luce” visti i lavori che si possono ammirare sempre in cantina c’è il figlio Giuseppe, classe ’73. Apparentemente più moderato del padre. Adora i suoi calici specialmente il Fiano. Ottima guida turistica, aspetta i clienti rendendoli unici con un trattamento che solo la gente del sud può offrire. Caloroso nei gesti e nelle movenze. Il suo obiettivo? Mantenere ancora in auge il nome di una cantina creata con amore ed un pizzico di follia…

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