Kandinsky a Roma: quando il colore diventa musica

E se un dipinto potesse essere ascoltato oltre che guardato?
È forse questa la domanda più affascinante con cui entrare nell’universo di Vassily Kandinsky, protagonista a Roma della grande retrospettiva ospitata nelle sale di Palazzo Bonaparte.
Un viaggio attraverso circa settanta opere del maestro russo, provenienti in larga parte dallo straordinario fondo del Centre Pompidou di Parigi, accompagna il visitatore lungo una delle avventure intellettuali più radicali del Novecento: quella di un artista che progressivamente liberò colore, linea e forma dall’obbligo di rappresentare il mondo visibile, cercando nella pittura la stessa capacità evocativa della musica.
La mostra, aperta fino al 14 febbraio 2027, è organizzata da Arthemisia in collaborazione con il Centre Pompidou e curata da Angela Lampe, conservatrice delle collezioni moderne del Musée national d’art moderne.
Cinque sezioni raccontano Kandinsky dagli esordi figurativi alla nascita dell’astrazione a Monaco, dal ritorno nella Russia rivoluzionaria all’esperienza del Bauhaus, fino agli ultimi anni trascorsi a Parigi.
Ma raccontano anche qualcosa di più intimo: la storia di un uomo che, a trent’anni, ebbe il coraggio di cambiare vita e finì per contribuire a cambiare per sempre il modo di concepire la pittura.
Quando un avvocato scelse l’arte
Nato a Mosca nel 1866, Kandinsky sembrava destinato a tutt’altra esistenza.
Studiò diritto ed economia e si avviò verso una promettente carriera accademica. Intorno ai trent’anni, però, prese una decisione radicale: lasciò la Russia e si trasferì a Monaco di Baviera per diventare pittore.
Due esperienze artistiche vengono ricordate come decisive per questa trasformazione.
La prima fu l’incontro con uno dei Covoni di Claude Monet. Kandinsky rimase colpito dalla forza di un’immagine nella quale l’oggetto rappresentato sembrava perdere progressivamente importanza davanti all’autonomia del colore.
La seconda arrivò attraverso la musica.
Al Teatro Bol’šoj di Mosca assistette al Lohengrin di Richard Wagner e comprese quanto un’arte priva di rappresentazione visiva potesse generare immagini interiori, emozioni e perfino sensazioni cromatiche.
Da qui nasce una delle intuizioni destinate ad accompagnare tutta la sua ricerca: la pittura poteva agire come la musica.
Un colore poteva avere la forza di un suono.
Una linea poteva possedere un ritmo.
Una composizione poteva costruire tensioni e armonie come una partitura.
La pittura non doveva necessariamente riprodurre ciò che gli occhi vedevano. Poteva cercare qualcosa di invisibile.
Kandinsky e la strada verso l’astrazione
Per lungo tempo Kandinsky è stato indicato come il “padre dell’astrattismo”. Oggi la storia dell’arte riconosce che la nascita dell’astrazione ebbe origini diverse e protagonisti molteplici.
Il ruolo di Kandinsky rimane però fondamentale.
Non soltanto per i suoi dipinti, ma per la riflessione teorica con cui sostenne l’idea di un’arte capace di emanciparsi dalla rappresentazione del mondo esterno e di trovare in forme e colori un proprio linguaggio autonomo.
Gli anni trascorsi a Monaco furono decisivi.
Nel 1911, insieme a Franz Marc, diede vita all’esperienza del Der Blaue Reiter – Il Cavaliere Azzurro, alla quale partecipò in maniera determinante anche Gabriele Münter.
L’arte diventava sempre più ricerca interiore, spirituale ed emotiva.
Proprio il periodo compreso tra il 1911 e il 1914 rappresenta uno dei momenti cruciali del percorso espositivo romano.
Tra le opere più importanti figura L’Arco nero del 1912: forme, colori e segni sembrano ormai rivendicare un’esistenza indipendente dal mondo reale.
Non è più necessario riconoscere un paesaggio, un volto o un oggetto.
Bisogna lasciarsi raggiungere dal quadro.
Gabriele Münter, oltre Kandinsky
La mostra dedica particolare attenzione anche a una donna troppo a lungo raccontata soprattutto in relazione all’uomo che amò: Gabriele Münter.
Compagna di Kandinsky per oltre un decennio, fu soprattutto una pittrice di primo piano, protagonista dell’Espressionismo tedesco e figura importante dell’esperienza del Blaue Reiter.
La loro relazione intrecciò vita privata, ricerca e sperimentazione artistica in uno dei momenti più fertili dell’avanguardia europea.
Ma Münter non fu semplicemente “la donna di Kandinsky”.
La mostra romana contribuisce a restituirle autonomia attraverso un focus specifico che ne mette in evidenza il valore artistico, inserendosi in quel processo internazionale di riscoperta che negli ultimi anni ha riportato il suo lavoro all’attenzione del pubblico.
Ed è un elemento particolarmente interessante dell’esposizione: uscire dall’ombra di un grande uomo per restituire a un’artista il proprio nome, il proprio talento e il proprio posto nella storia.

La guerra, la Russia e il Bauhaus
Lo scoppio della Prima guerra mondiale interrompe bruscamente la stagione di Monaco.
Nel 1914 Kandinsky è costretto a rientrare in Russia, dove negli anni successivi partecipa alla riorganizzazione della vita artistica del Paese rivoluzionario.
Una nuova svolta arriva nel 1921, quando viene invitato a raggiungere in Germania il Bauhaus, la scuola destinata a diventare uno dei grandi laboratori della modernità europea.
Qui Kandinsky insegna e approfondisce ulteriormente la relazione tra forma, colore, geometria e struttura compositiva.
La sua ricerca sembra quasi voler costruire una grammatica dell’immagine.
Punti, linee, cerchi, triangoli e campiture cromatiche non sono più semplici elementi grafici: stabiliscono rapporti, tensioni, equilibri.
A questa stagione appartiene uno dei grandi capolavori presenti a Palazzo Bonaparte: Gelb-Rot-Blau – Giallo-Rosso-Blu, del 1925.
Già il titolo rinuncia a raccontare una storia.
I protagonisti sono i colori.
Geometrie, linee e superfici dialogano sulla tela costruendo una composizione che sembra possedere un proprio ritmo.
Davanti a un’opera come questa, forse, la domanda “che cosa rappresenta?” perde significato.
Bisognerebbe chiedersi piuttosto: che cosa provoca?
Nina Kandinsky, custodire una memoria
Accanto a Gabriele Münter, nella vita di Kandinsky compare un’altra figura femminile fondamentale: Nina Kandinsky, che sposò nel 1917.
Se Münter appartiene alla stagione delle grandi sperimentazioni tedesche, Nina accompagna l’artista nella seconda parte della sua vita e, dopo la sua morte, diventa una custode decisiva della sua eredità.
Le sue donazioni e il successivo lascito contribuirono alla formazione dello straordinario fondo Kandinsky oggi conservato dal Centre Pompidou, considerato il più completo al mondo dedicato all’artista.
Ed è proprio grazie alla consistenza di questa raccolta che la mostra romana può presentare un nucleo tanto significativo di lavori.
Due donne, dunque, attraversano in maniera molto diversa la vicenda di Kandinsky.
Gabriele Münter condivide con lui la ricerca. Nina Kandinsky ne custodisce la memoria.
Due presenze diverse, entrambe indispensabili per comprendere fino in fondo la storia umana che accompagna quella artistica.
Parigi, l’ultimo approdo
Nel 1933 il regime nazista chiude il Bauhaus.
Kandinsky è costretto ancora una volta a partire e sceglie la Francia, stabilendosi nei pressi di Parigi, dove rimarrà fino alla morte nel 1944.
Nell’ultima stagione il suo linguaggio continua a trasformarsi. Alle geometrie rigorose degli anni del Bauhaus si affiancano forme più morbide e biomorfe, quasi piccoli organismi sospesi in spazi senza gravità.
È l’ultima metamorfosi di un artista che non ha mai smesso di interrogarsi sulle possibilità della pittura.
Cinque sezioni per attraversare Kandinsky
Il percorso di Palazzo Bonaparte segue questa evoluzione attraverso cinque sezioni: dagli esordi figurativi alla genesi dell’arte astratta a Monaco, dagli anni trascorsi nella Russia rivoluzionaria all’insegnamento al Bauhaus, fino alla stagione francese.
Accanto alle opere, fotografie, documenti, oggetti e materiali personali permettono di entrare anche nella dimensione privata dell’artista.
Il percorso approfondisce inoltre uno dei temi centrali della sua ricerca: il rapporto tra arte e musica, tra ciò che vediamo e ciò che sentiamo.
Perché Kandinsky non chiedeva semplicemente alla pittura di essere guardata.
Voleva che fosse sentita.
Ed è forse qui che risiede ancora oggi la forza della sua rivoluzione.
Aver compreso che un quadro poteva smettere di raccontare ciò che gli occhi riconoscono per provare a raggiungere direttamente qualcosa di più profondo.
Se la musica non ha bisogno di rappresentare il mondo per emozionarci, perché dovrebbe averne bisogno la pittura?
Kandinsky cercò una risposta per tutta la vita.
E da quella domanda nacque non una sola origine dell’astrazione, ma certamente uno dei suoi linguaggi più potenti e destinati a lasciare un segno nella storia dell’arte del Novecento.
Kandinsky – informazioni
Palazzo Bonaparte, Roma
Piazza Venezia 5
Fino al 14 febbraio 2027
La mostra è organizzata da Arthemisia in collaborazione con il Centre Pompidou ed è curata da Angela Lampe, conservatrice delle collezioni moderne del Musée national d’art moderne.
Il percorso comprende circa settanta opere di Kandinsky e si sviluppa in cinque sezioni dedicate alle principali fasi della sua ricerca artistica.
Catalogo Moebius.
