Ômina Romana, il Lazio immaginato e la grandezza coltivata

Prima di essere la terra dei padri, il Lazio è stato la terra di uno straniero. Enea vi giunge con un passato da salvare e un futuro che ancora non conosce. È anche attraverso questa tensione fra eredità e possibilità che Anton F. Börner ha imparato a immaginare il paesaggio laziale, leggendo i classici latini. Poi è arrivato il momento di misurare quella geografia letteraria con la terra vera.
Nella scelta di Anton, arrivato dalla Germania, quel richiamo diventa una suggestione personale. La distanza si attraversa per dare forma a un’intuizione: riconoscere nelle colline di Velletri la possibilità di un futuro e affidarlo alla vite. Così, nel 2007, nasce Ômina Romana, un progetto nel quale la passione per l’antichità incontra il lavoro paziente necessario a far nascere un grande vino.
Il legame con l’Italia era cominciato durante le vacanze dell’infanzia. Negli anni, la familiarità si era trasformata in interesse per l’archeologia, l’arte e la storia, fino a diventare una scelta di vita. Ciò che aveva affascinato il bambino chiedeva ora all’adulto un impegno concreto: conoscere la terra, comprenderne le possibilità, coltivarla.
Sui Colli Albani, il paesaggio conserva la memoria del vulcano. Nei suoli lasciati dalle sue eruzioni, tra l’influenza del Tirreno e l’aria che scende dalle alture, la famiglia Börner ha cercato le condizioni per realizzare la propria idea di vino. L’entusiasmo ha dato inizio al percorso; lo studio gli ha indicato la direzione. Le collaborazioni universitarie e la ricerca agronomica hanno accompagnato le scelte dei vigneti, perché anche un sogno, per mettere radici, ha bisogno di essere compreso fino in fondo.
Oggi quel progetto prosegue con Katharina Börner. La figlia di Anton ne custodisce l’ambizione e la porta nel presente, attraverso decisioni che riguardano la tenuta, le persone e le vendemmie future. Al suo fianco, l’agronoma Paula Pacheco segue le vigne e gli uliveti, traducendo la conoscenza in attenzione quotidiana. È un lavoro che richiede sensibilità oltre alla competenza: osservare una pianta, riconoscerne le necessità, scegliere quando intervenire e quando attendere.
L’attesa appartiene anche alla cantina. Il vino attraversa gli affinamenti, si distende, trova un equilibrio che nessuna fretta potrebbe concedergli. La longevità comincia qui, nella cura riservata a ciò che dovrà esprimersi pienamente negli anni.
Ômina Romana occupa un posto tra le migliori realtà vinicole del Lazio. Nei suoi vini l’eleganza convive con la profondità, la struttura sostiene il dettaglio e la persistenza prolunga il piacere della scoperta. Alcuni assaggi rasentano la perfezione per il modo in cui ogni elemento trova la propria misura, lasciando intatta la forza dell’insieme.
Sono vini capaci di emozionare e di rendere memorabile un incontro. Si torna al calice per un profumo appena affiorato, per una sfumatura che sembrava sfuggita, per ritrovare una sensazione e accorgersi che è già cambiata. In quel desiderio di tornare si riconosce il valore di questa cantina: il vino finisce, l’attenzione rimane.
Hermes Diactoros II 2025 nasce dall’incontro di Viognier, Petit Manseng, Bellone e Incrocio Manzoni. Il giallo dorato luminoso introduce un naso nel quale gli agrumi imprimono vivacità alle sfumature di burro fuso, mentre il miele di acacia aggiunge una dolcezza sottile, attraversata dal tocco pungente del pepe bianco. I profumi si dispongono con grazia, lasciando a ogni richiamo lo spazio per emergere.
Al palato, l’avvolgenza trova sostegno nella freschezza e in una vena sapida che accompagna il sorso. Il carattere minerale ne scandisce lo sviluppo, raccordando la sensazione cremosa alla tensione agrumata. Il finale prolunga questo dialogo, lasciando una traccia delicatamente floreale. Un bianco che conquista attraverso la misura: morbido nell’approccio, vivido nel passo, preciso nel ricordo.
Il Cesanese 2020, in purezza, racconta una parte della storia del vino laziale. Un vitigno profondamente legato alla sua terra, che nelle mani di Ômina Romana acquista un’eleganza particolare. La cantina ne esalta le qualità, ne affina il carattere e gli restituisce un’espressione preziosa, personale, capace di lasciare il segno. È un Cesanese che sorprende per la finezza e invita a guardare con rinnovata attenzione alle potenzialità di questa uva.
Matura per circa dodici mesi sulle fecce fini in barrique francesi di secondo passaggio, cui segue almeno un anno in bottiglia. Un’attesa che accompagna l’ambizione di dare al Cesanese profondità e respiro, valorizzandone l’identità. Qui il legame con la tradizione diventa il punto di partenza per qualcosa di speciale: un vino che dà lustro al territorio e il desiderio di ritrovarlo nel calice.
Diana Nemorensis I 2020 porta nel nome la memoria della dea venerata presso il lago di Nemi. Merlot al 50%, Cabernet Sauvignon al 30% e Cabernet Franc al 20% compongono un taglio bordolese dal rubino fitto. Il profilo descritto dalla cantina richiama frutti rossi succosi, bacche dalla vivacità acidula e una sfumatura agrodolce, cui si intrecciano accenti di tabacco e suggestioni di cioccolato amaro. Il sorso abbraccia il palato con una trama tannica delicata; il finale distende il frutto e lascia affiorare le componenti più scure. Sei mesi sulle fecce e altri sei in bottiglia ne accompagnano l’affinamento.
Diana Nemorensis I 2021 conserva le stesse proporzioni, mentre le tre varietà vengono raccolte e vinificate separatamente, seguendo i rispettivi tempi di maturazione. Nelle note del produttore ritorna il filo aromatico del 2020: frutta a bacca rossa, richiami agrodolci e sfumature di cacao e foglie essiccate di tabacco. Anche la tessitura dei tannini rimanda a una ricerca di morbidezza e armonia. Le due annate raccontano così la continuità di un progetto: dare alle varietà bordolesi un’espressione riconoscibile in questa parte del Lazio.
La storia del Merlot comincia nel sud-ovest della Francia, nel Bordolese, dove il vitigno compare nei testi sul vino alla fine del Settecento. Anche il nome conserva un’immagine di campagna: viene generalmente ricondotto al merlo, per il colore scuro degli acini oppure per la predilezione dell’uccello per queste uve, che maturano precocemente. Due interpretazioni che accompagnano il racconto delle sue origini.
A lungo la sua genealogia è rimasta sconosciuta. Le ricerche genetiche hanno poi identificato i genitori nel Cabernet Franc e nella Magdeleine Noire des Charentes, una varietà poco conosciuta. Un incontro dal quale il Merlot ha ereditato caratteristiche preziose: qualità della componente fenolica, precocità e fertilità.
Nei vigneti di Saint-Émilion e Pomerol ha trovato alcuni dei luoghi che ne hanno consacrato il prestigio. Nei tagli bordolesi contribuisce tradizionalmente ad ammorbidire la severità tannica del Cabernet Sauvignon, ma possiede anche la capacità di sostenere il racconto da protagonista. La sua storia attraversa così due vocazioni: creare armonia nell’incontro con altre uve ed esprimere, da solo, il carattere di un territorio.
A Ômina Romana questo viaggio incontra i suoli vulcanici del Lazio. Quattro cloni, coltivati su terreni di diversa composizione e vinificati separatamente, diventano altrettante voci da ascoltare prima di riunirle. L’origine francese rimane parte della sua memoria; la terra di Velletri offre le condizioni per scriverne un nuovo capitolo.
Merlot 2019 nasce da quattro cloni coltivati su terreni di diversa composizione, raccolti e vinificati separatamente. Il lavoro ricorda quello di un mosaico: ogni tessera conserva il proprio carattere e contribuisce al disegno complessivo. Il rubino profondo introduce, secondo il profilo della cantina, una dolcezza di frutta scura concentrata, attraversata da accenti speziati caldi e lievemente pungenti. La bocca ha una consistenza carezzevole, sostenuta da tannini ben raccordati alla struttura. Dopo la malolattica in rovere, trascorre circa sei mesi in barrique francesi di secondo e terzo passaggio e almeno otto mesi in bottiglia.
Merlot 2021 riprende il lavoro sui quattro cloni e sulle vinificazioni separate. L’immagine è quella di un arazzo, nel quale fili differenti costruiscono una trama continua: frutto, spezie e componente tannica partecipano alla stessa tessitura. Le indicazioni del produttore richiamano bacche dalla dolcezza concentrata e sfumature aromatiche calde; il palato è descritto come morbido, con tannini dalla grana delicata. Accanto al 2019, racconta un’altra vendemmia dello stesso progetto. Il confronto invita a considerare insieme l’andamento della stagione e il tempo trascorso dalla raccolta, senza ridurre l’identità dei due vini alla sola differenza d’età.
Il Cabernet Sauvignon nasce dall’incrocio spontaneo tra Cabernet Franc e Sauvignon Blanc, una parentela svelata nel 1997 dai ricercatori dell’Università della California a Davis. Originario del Bordolese, ha raggiunto vigneti in tutto il mondo. La maturazione tardiva richiede una stagione sufficientemente lunga e condizioni favorevoli per portare a compimento il carattere delle uve. A Ômina Romana incontra i terreni vulcanici di Velletri e un progetto orientato alla finezza.
Cabernet Sauvignon 2019, in purezza, può essere raccontato attraverso l’immagine di un’incisione: un disegno definito, nel quale il rapporto tra luce e ombra dà profondità ai dettagli. Il rubino luminoso accompagna un quadro aromatico che, nella descrizione della cantina, accosta frutti di bosco di diversa intensità a ricordi di tostatura, dolcezze amare e foglie secche, con un fondo delicatamente speziato. Il sorso si distende su tannini levigati e conserva una lunga continuità. Matura per circa sei mesi in barrique francesi di secondo e terzo passaggio, seguiti da almeno dodici mesi in bottiglia.
Cabernet Sauvignon 2021 suggerisce invece un disegno a carboncino, nel quale la profondità dei toni convive con la morbidezza delle sfumature. Il profilo riportato dal produttore unisce il nucleo fruttato a impressioni di torrefazione, radici dolci e amaricanti e tabacco disidratato. La trama tannica dà consistenza a una bocca ampia, accompagnandola verso una conclusione prolungata. Il legame con il 2019 è nella continuità dello stile; ciascuna vendemmia aggiunge al disegno comune le condizioni della propria stagione e un diverso percorso nel tempo.
Cabernet Franc Ars Magna 2019 ha la profondità di un dipinto a olio: le sfumature si sovrappongono, i dettagli affiorano lentamente e l’insieme invita a soffermarsi. Cabernet Franc in purezza, nasce da una parcella rivolta verso il mare, su terreni franco-argillosi di origine vulcanica. Trascorre diciotto-ventidue mesi in legno e almeno diciotto in bottiglia: il tempo necessario a dare respiro alla composizione.
Il bouquet delineato dalla cantina suggerisce una tavolozza di frutta scura e dolcezze mature, attraversata dal calore delle spezie. Emergono poi impressioni di humus, foglie essiccate, legno aromatico e residui di combustione, con un tratto minerale dal carattere quasi polveroso. Al palato, il volume incontra una tessitura carezzevole; i tannini danno sostegno e continuità, mentre la lunga scia conclusiva riunisce frutto, vegetazione e accenti di fumo.
A questa etichetta la cantina associa il latino magnitudo, grandezza. Il richiamo all’arte trova qui il suo senso: la ricchezza dei particolari acquista valore nella loro relazione. Come davanti a un quadro, l’attenzione torna su una sfumatura e scopre qualcosa che prima era rimasto in ombra.
Ceres Anesidora I 2019 suggerisce l’immagine di una scultura: due materie che, lavorate insieme, acquistano una forma compiuta. Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc, in parti uguali, nascono da una selezione delle migliori uve delle due varietà. Il nome celebra Cerere, dea dei raccolti e della fertilità, e riporta alla terra ciò che nel calice diventa bellezza.
Le vinificazioni separate custodiscono il carattere di ciascuna componente. Seguono diciotto-ventidue mesi in barrique francesi nuove; soltanto dopo l’assemblaggio comincia il riposo in bottiglia, di almeno diciotto mesi. Il tempo lavora sui dettagli, raccorda i contorni, dà unità all’insieme.
Nel profilo descritto dalla cantina, il rosso profondo anticipa piccoli frutti scuri a piena maturazione, accenti di cioccolato amaro e una dolcezza aromatica che ricorda la pasticceria speziata. La materia del sorso è sostenuta da tannini fitti e finemente cesellati: danno forma e slancio, conservando una sorprendente leggerezza. Una vena minerale percorre il palato e si prolunga in una scia nella quale la polpa del frutto cede gradualmente a suggestioni più impalpabili.
Come in una scultura riuscita, la forza trova misura nelle proporzioni. La ricchezza diventa armonia, il volume acquista grazia.
I nettari di Omina Romana sono sempre stati emozionanti già dall’origine e dedicare solo una descrizione è riduttivo. Colori, sentori sapori sono infiniti, talvolta perfetti perché vanno oltre… Come l’infinito.
