Rosa Rosé: il profumo d’Abruzzo in un calice di Cerasuolo

Tra le parole più soavi della lingua italiana emerge senza dubbio la rosa. Termine di origine latina che, probabilmente, affonda le proprie radici nel greco antico rhodon (ῥόδον), collegato alla matrice indoeuropea wr̥dho- o wardho-, riferita al rosso, alla fioritura, all’idea stessa di sbocciare. Non è un caso che persino il nome dell’isola di Rodi sembri custodirne un’eco lontana.

La rosa non è soltanto un fiore, è un linguaggio, un simbolo che attraversa secoli, letteratura e civiltà. Da Dante Alighieri con la “candida rosa” del Paradiso, immagine suprema di armonia e perfezione spirituale, fino a Umberto Eco con “Il nome della rosa”, dove il fiore diventa metafora del mistero, della conoscenza e di ciò che sfugge al tempo, la rosa assume un valore quasi assoluto, filosofico e universale.

Persino gli antichi Romani le attribuivano un significato preciso. L’espressione latina sub rosa “sotto la rosa” indicava infatti tutto ciò che doveva restare segreto o confidenziale. Nelle domus e nei banchetti si era soliti decorare i soffitti con rose proprio come simbolo di riservatezza, quasi a suggellare il silenzio sulle parole pronunciate durante il convivio.

Rosse, simbolo di amore e seduzione; bianche, emblema di purezza e verità; rosa, espressione di dolcezza e protezione materna; gialle, portatrici di ottimismo e affetto; viola, sospese tra fascino, mistero e creatività. Infinite sfumature che sembrano riflettersi anche nei calici d’Abruzzo, terra autentica di lavoratori, anime resilienti e generose, capace di raccontarsi attraverso vini identitari, vibranti e ancora, per molti aspetti, da scoprire fino in fondo.

Ed è proprio il rosato abruzzese ad aver conquistato la Capitale nei giorni scorsi con “Rosa Rosé”, evento ospitato nell’elegante cornice del The St. Regis Rome e promosso dall’Associazione Matrix insieme a MKTG Advisor. Il grande wine tasting dedicato al Cerasuolo d’Abruzzo ha registrato oltre 400 presenze, confermando il crescente interesse verso una delle denominazioni rosate italiane più riconoscibili e in maggiore ascesa.

Particolarmente apprezzato il percorso degustativo tra le diciotto cantine del Consorzio Tutela Vini d’Abruzzo – Fontefico, Fattoria Nicodemi, Mastrangelo, Ciavolich, Talamonti, Cantina Dazio, Torre Zambra, Marramiero, Guardiano Farchione, Barone Cornacchia, Citra, Casal Thaulero, Valle Martello, Colle Moro, Tenuta I Fauri, Biagi, Terre D’Erce e Tenuta Terraviva – che ha permesso ad appassionati ed esperti di attraversare le molteplici anime del Cerasuolo: dai profili più floreali e delicati a quelli più gastronomici, materici e strutturati.

Perché il rosato abruzzese non cerca di imitare. Non rincorre mode né artifici. Ha il colore di un tramonto sull’Adriatico, la tensione della montagna e la sincerità delle mani che lo producono. Forse è proprio questo il segreto della rosa: custodire il mistero della seduzione senza mai svelarsi del tutto, lasciando che sia il tempo, lentamente, a farne comprendere il profumo.