Famiglia Fusco: vite, ulivo e memoria nel cuore del Sannio

Samnium lo chiamavano i Romani, adattando una voce ancora più antica, legata alle popolazioni sannitiche che abitavano l’Appennino centro-meridionale e opposero a Roma una resistenza tanto tenace da costringerla a tre lunghe guerre prima della definitiva conquista. Perché Roma poteva perdere una battaglia… molto più difficilmente accettava di perdere una guerra.

Terra dalla forte identità agricola, il Sannio è costituito da colline, piccoli centri e famiglie per le quali coltivare non ha mai significato semplicemente produrre, ma soprattutto tramandare. Tra le colture che meglio ne hanno attraversato la storia ci sono la vite e l’ulivo. La vite trova oggi soprattutto nella Falanghina e nell’Aglianico due interpreti privilegiati del territorio.

A Torrecuso, sulle alture che guardano il massiccio del Taburno, la grande storia del Sannio ne incontra un’altra, più piccola soltanto nelle dimensioni, perché capace di attraversare continenti e generazioni. È quella della famiglia Fusco.

Il bisnonno Libero lascia da giovane la propria terra ed emigra oltreoceano. Trascorre circa tre decenni nelle piantagioni di caffè del Brasile, prima di compiere il viaggio inverso e tornare a Torrecuso. Trent’anni sono molti, ma evidentemente non abbastanza per recidere le radici.

Nel 1995 suo nipote, che ne porta il nome, trasforma i terreni di famiglia nell’attuale azienda vitivinicola. Oggi il testimone è nelle mani di Domenico Demis Fusco, il cui secondo nome è un omaggio al cantante Demis Roussos.

Nella sua storia confluisce anche un’altra eredità agricola, quella della madre Anna Palumbo. Suo padre Giuseppe e, prima ancora, suo nonno Angelo coltivavano già circa duecento piante di ulivo. Una presenza che negli anni è cresciuta fino alle attuali settecento piante e a un patrimonio di quindici cultivar, tra cui Ortolana, Ortice, Aspirina e Frantoio.

Vite e ulivo diventano così le due genealogie agricole di questa famiglia. Storie diverse che finiscono per mettere radici nella stessa terra. Due colture che appartengono profondamente al paesaggio e alla cultura del Sannio e raccontano un mondo contadino fatto di lavoro, continuità e gesti tramandati.

L’olio ne è una delle espressioni più immediate. Il profumo dell’oro verde è intenso, loquace; al palato mostra una spiccata vocazione gastronomica e sembra chiedere il cibo più che cercare il protagonismo solitario.

Poi c’è il vino.

Il bianco con residuo carbonico, ottenuto da Falanghina, Malvasia e Trebbiano Toscano, è, proprio nella sua semplicità, una scoperta. Versatile, beverino, immediato, invita al sorso successivo e trova nell’aperitivo la sua collocazione più naturale.

La Falanghina IGP 2025 si presenta di un giallo paglierino chiarissimo, attraversato da lievi riflessi dorati. Al naso emergono la pesca, un richiamo quasi all’albicocca e la camomilla. Il sorso è morbido e avvolgente, sostenuto da una persistenza equilibrata.

Cambia registro il Sannio DOP Aglianico 2022. Il colore è rubino profondo e compatto; al naso si susseguono carruba, amarena e prugna, accompagnate da un lieve richiamo alla scatola di sigari. In bocca è avvolgente, con tannini vellutati e un sorso pieno e appagante.

Ma è una bottiglia custodita gelosamente da Libero a riportare tutto al punto dal quale questa storia è partita: il tempo.

È la prima annata, il 1997. Un assaggio privilegiato.

Nel calice il colore è un granato ormai scarico. Fico secco, noce e uva passa emergono su una trama piacevolmente ossidativa. Naso e bocca procedono coerenti, restituendo un vino che non nasconde gli anni, ma li racconta. Accanto, un piccolo pezzo di cioccolato fondente al 70% di cacao diventa il compagno naturale del sorso.

Forse è proprio quella bottiglia del 1997 a spiegare meglio delle parole ciò che accade in questa realtà familiare. Perché il vino, quando attraversa quasi trent’anni e continua a essere stappato insieme a chi ne custodisce la storia, smette di essere soltanto ciò che si versa in un bicchiere e diventa memoria.

È questa la cifra della famiglia Fusco: un’ospitalità fatta più di gesti che di dichiarazioni, il valore delle cose costruite lentamente, il rispetto per ciò che è stato ricevuto e la responsabilità di ciò che verrà lasciato… A dimostrarlo? Anche la scodinzolante Ginevra.